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Dissent Magazine

Storia


La fine dell’era del petrolio


Fatih Birol (Aie) intervistato da Pino Buongiorno

Birol non è un guru né un visionario. Parla da illustre economista ed esperto affermato solo in base ai numeri: ecco perché viene consultato da tutti i governi. Lo chiamano “Mister Energia”. Prima di approdare nel 1995 alla AIE, una costola dell’OCSE, l’organizzazione che raggruppa 30 paesi occidentali, ha lavorato per sei anni nella segreteria dell’OPEC, a Vienna. Come dire che conosce assai bene sia il mondo dei fossili sia quello delle nuove tecnologie. Il 2010, dice, sarà un anno rivoluzionario: “Segnerà l’inizio di una nuova era, quella dell’elettricità, che prenderà il posto dell’età del petrolio”.


I muri di ieri, e quelli di oggi


Federica Zoja

Gaza e Myanmar come Berlino? Dei nuovi “muri” che dividono il mondo contemporaneo (compresi quelli ideologici e religiosi) si è parlato questa settimana al convegno organizzato a Milano dall'Ispi, che ha visto confrontarsi Pasquino, Romano e Remondino. “Muri” italiani protagonisti invece dell'evento “Due ore con” di Enel, tenutosi sempre a Milano.


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«Quel giorno finì la seconda guerra mondiale»


Una conversazione con Isabelle Bourgeois

Isabelle Bourgeois, ricercatrice presso il Centre d'information et de recherche sur l'Allemagne contemporaine (CIRAC) dell’Università di Cergy-Pointoise e redattrice capo della rivista economica specializzata sulla Germania ‘Regards sur l'économie allemande’ spiega a ResetDOC come politicamente ed economicamente sia stato possibile colmare quel gap che esisteva tra le due Germanie all’indomani del 9 Novembre 1989. Focus sugli scenari politici ed economici che si sono aperti alla caduta del muro, ma anche sulla Germania di oggi alle prese con la crisi economica mondiale.

Un’intervista di Marco Cesario


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[ EN ] [ DE ] [ FR ]

«Con la mia domanda feci cadere il muro»


Riccardo Ehrman intervistato da Marco Cesario

La domanda "che fece cadere il muro" la pose alle 18 e 53 del 9 Novembre 1989 Riccardo Ehrman, corrispondente dell'Ansa a Berlino. La risposta data in diretta televisiva dall’allora portavoce del governo della Rdt Günter Schabowski, provocherà l’apertura delle frontiere e la caduta del Muro. Corrispondente nella RDT (Germania Orientale) per l’agenzia Ansa dal 1976 al 1982 e dal 1985 fino alla caduta del muro, Riccardo Ehrman ha oggi 80 anni e vive a Madrid. ResetDOC lo ha raggiunto per chiedergli di ricostruire la genealogia di quei giorni memorabili. La testimonianza lucida ed esclusiva di un giornalista che si è reso protagonista di uno degli eventi più significativi del Novecento.


«Così lo ricorda l'America»


Padraic Kenney intervistato da Alen Custovic

«Gli americani danno per scontato che il comunismo cadde grazie alle pressioni straniere. Gli europei dell’Est sanno invece che la conflittualità sociale e la società civile, sono stati elementi altrettanto importanti». 1989. Il fermento della caduta del Muro di Berlino, le sue motivazioni e conseguenze analizzate a distanza di vent’anni; le connessioni con lo sviluppo e la realtà dell’Unione Europea raccontate dall’americano Padraic Kenney, docente di storia presso l’Indiana University ed esperto di Europa dell’Est.


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[ EN ]

«Ma la Germania Est deve fare ancora i conti con la sua storia»


Angelo Bolaffi intervistato da Matteo Tacconi

Senza la svolta di Kohl, la Germania non sarebbe oggi il grande paese che è, e le differenze tra Est e Ovest sarebbero molto più accentuate. A livello economico, la riunificazione è stata positiva. Nettamente positiva. Sul fronte culturale e della memoria, invece, ci sono delle “resistenze”. La sovrastruttura è sopravvissuta ai mutamenti culturali e il successo di Die Linke alle recenti elezioni federali ne è la prova. Lo sostiene Angelo Bolaffi, autorevole germanista che attualmente dirige l’Istituto italiano di Cultura a Berlino. Resetdoc lo ha intervistato in occasione del ventennale del crollo del Muro di Berlino.


[ EN ]

«Tutto accadde grazie a Gorby»


Una conversazione con Andrea Graziosi

Senza il via libera dell’Unione sovietica, l’89 non sarebbe mai arrivato. Non ci sarebbero state le grandi rivolte di massa, pacifiche e democratiche, che portarono al crollo del Muro di Berlino. È quindi a Mosca, al centro dell’impero comunista, che bisogna guardare, se si vuole ragionare sulla svolta epocale di vent’anni fa. Una svolta repentina e improvvisa, fenomenale. Che portò i regimi dell’Est, uno dietro l’altro, a collassare. Due anni più tardi s’accartocciò anche l’Unione sovietica e Mikhail Gorbaciov perse la sua battaglia. Abbiamo discusso di questi aspetti con Andrea Graziosi, docente di Storia contemporanea all’università Federico II di Napoli, presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea e autore, per il Mulino, di due magistrali volumi sulla storia sovietica: L’Urss di Lenin e Stalin e L’Urss dal trionfo al degrado.

Un'intervista di Matteo Tacconi.


La mano tesa di Obama


E’ impensabile oggi convocare un tavolo di trattative sulla pace in Medio Oriente e non riservare un posto speciale per la Siria. E’ questa la conclusione a cui sono giunte le grandi potenze mondiali ed anche le forze regionali di rilievo. L’amministrazione Obama ha optato per una politica fondata sul rispetto reciproco, dimostrato simbolicamente e de facto attraverso la nomina - lo scorso giugno - del primo ambasciatore statunitense a Damasco, a quattro anni dal ritiro del rappresentante americano da Damasco per via dell’attentato contro l’Ambasciata statunitense. Successivamente l’incontro bilaterale tra il presidente Bashar al Assad e l’inviato Usa per il Medio Oriente George Mitchell - che si è tenuto a Damasco a fine luglio - ha fugato gli ultimi sospetti internazionali sulla Siria quale paese canaglia.
Un articolo di Nancy Porsia.


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La mancata integrazione


Maria Elena Viggiano

La Regione autonoma uigura dello Xinjiang, come è stata rinominata nel 1955, è infatti ricca di giacimenti di gas, petrolio e minerali. Anche se sono difficili da sfruttare, a causa delle condizioni climatiche e morfologiche, le risorse naturali potrebbero quindi essere utilizzate dalle regioni con cui confina come l’Uzbekistan, il Kazakhistan, il Turkmenistan e l’Afghanistan. La propensione della popolazione uigura ad avvicinarsi per motivi culturali e ideologici all’Asia centrale rappresenta per la Cina la possibilità di perdere un territorio strategico per futuri sviluppi commerciali.


Centocinquanta anni di incomprensioni


Tommaso Nelli

Solidarietà agli uiguri è arrivata da gran parte dell’Europa: una settimana fa, a L’Aia e Berlino, sit-in di protesta degli esuli uiguri davanti alle ambasciate cinesi; a Istanbul, cinquemila musulmani hanno ribadito lo stop alla pulizia etnica con un corteo fuori la moschea di Fatih. Esplicita la posizione del premier turco Erdogan, che ha parlato di genocidio e pensa d’inserire il problema nell’agenda di sicurezza dell’ONU. Ma chi sono questi Uiguri? E sono veramente così temibili da richiedere un dispiegamento massiccio di forze armate inviate a oltre tremila chilometri da Pechino? Dal 1863, escluso il breve quinquennio fra il 1944 e il 1949, per gli Uiguri l’autonomia ha assunto i contorni di una chimera ed è divenuta la ragione principale dei dissidi con Pechino, tanto da provocare una diaspora.


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Il grande tabù


Maria Elena Viggiano

Le generazioni più giovani invece sanno poco e spesso vengono a conoscenza di quegli eventi solo in occasione di soggiorni all’estero. Venti anni dopo, il massacro di Piazza Tiananmen può rimanere ancora un argomento tabù? Per il governo sicuramente sì e il motivo è semplice. Ammettere un errore, affermare di aver sbagliato significa dimostrarsi fragili agli occhi del popolo cinese e indebolire le posizioni di potere dei leader del partito.


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Il dilemma dell'Europa


Emanuela Scridel

La Cina è oggi il mercato che cresce più rapidamente al mondo in termini di importazioni dall’UE. Il 30 gennaio scorso il Premier cinese Wen Jiabao in visita ufficiale presso l’UE ha incontrato il Presidente Barroso: i leader hanno affermato il loro impegno reciproco a sviluppare ulteriormente la partnership UE–Cina in tutti i settori strategici. Sviluppo economico non significa sviluppo democratico e sviluppo sociale, così come il dialogo economico non è dialogo interculturale. Tuttavia l’apertura cinese, anche se principalmente dettata dall’interesse economico, è comunque un'“apertura”, che, inevitabilmente, travalica la sfera meramente economica.


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Le conseguenze di Tienanmen


Andrew J. Nathan intervistato da Maria Elena Viggiano

Sono passati venti anni e il massacro di Tienanmen rimane ancora un argomento tabù. A spiegare cosa accade e quali siano state le conseguenze degli eventi di Tienanmen è Andrew J. Nathan, professore di Scienze Politiche alla Columbia University, uno dei massimi esperti della politica cinese contemporanea e dei diritti umani, e co-autore del libro The Tiananmen Papers, una raccolta di documenti segreti del governo cinese nel periodo aprile-giugno 1989.


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"L'economia non è mai ripartita"


Una conversazione con Benjamin Stora

“La pace civile non è stata completamente ristabilita, ma è incontestabile che ormai non ci troviamo più nella stessa situazione buia degli anni ’90. Riguardo alla questione della modernizzazione dell’economia, invece, l’obiettivo a mio avviso non è stato ancora raggiunto”. Benjamin Stora, professore di storia all’INALCO di Parigi e grande specialista della storia del Maghreb, tira un bilancio dell’Algeria contemporanea. E’ autore di diversi saggi sulla guerra d’Algeria. L’ultimo pubblicato in Italia è La guerra d’Algeria (Il Mulino).

Un'intervista di Marco Cesario.


Le “percezioni” della Rivoluzione islamica


Francesca Giorgi

Abbattere i pregiudizi, rivedere le proprie mappe concettuali, accettare che l'Iran non è - idea tra le più diffuse in Europa e Stati Uniti - un mostro politico di cui avere paura o, peggio, un nemico da combattere. Ecco, in sintesi, il messaggio principale emerso dal convegno "Iran 1979 - La Rivoluzione Islamica...trent'anni dopo", che si è tenuto a Roma, presso il centro congressi Capranichetta, mercoledì 11 febbraio, per iniziativa, fra gli altri, di Institute for Global Studies – School of Government, Centro Culturale della Repubblica Islamica dell'Iran, Associazione Italia-Iran, Master in Giornalismo Internazionale del Centro Studi Americani.


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Gli schiavi del petrolio


Mahmoud Belhimer

Durante il mese di ottobre i sette mercati finanziari del Golfo hanno perso complessivamente più di 160 miliardi di dollari in una settimana. Ad aumentare il panico è stata la spettacolare caduta dei prezzi del petrolio. Questa nuova situazione ha decretato la fine del miglioramento finanziario dovuto all’aumento del prezzo del petrolio durante un periodo ininterrotto di oltre 7 anni. In generale le economie arabe sono poco competitive, poco produttive e continuano a dipendere dalle importazioni dall’estero. Il tentativo di formare un’economia al di fuori del petrolio, come ha provato a fare l’Arabia Saudita, o in parte minore l’Algeria, sono ben lungi dal raggiungere gli obiettivi prefissati. La maggioranza dei paesi arabi distribuisce la rendita petrolifera anziché investirla in progetti creatori di ricchezza.


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La «Mit brennender Sorge», il grido di Pio XI


Emma Fattorini

Un ostacolo al viaggio di papa Benedetto XVI in Israele sarebbe la mancata rimozione di una targa al museo di Yad Vashem, in cui si critica l’atteggiamento tenuto da Pio XII durante la Shoah. La notizia, subito smentita dal Vaticano, ha riaperto il dibattito sui rapporti tra la Chiesa e il regime hitleriano. Sul tema riproponiamo qui un testo pubblicato dalla rivista Reset, in cui si analizza il diverso atteggiamento tenuto da Pio XI e dal suo segretario di stato Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII) nei confronti del nazismo.


Non solo foto di gruppo, finalmente


Khalid Chaouki

La delegazione musulmana che ha partecipato al forum cattolico-musulmano di Roma era composta da personalità occidentali, arabi e asiatici, che nelle loro diversità conoscono a fondo l’Occidente, la sua storia e, perché no, anche le basi teoriche del pensiero del nuovo Papa Benedetto XVI. Un nuovo approccio al tema del dialogo, che simbolicamente per il mondo islamico passava dalle mani degli Ulema sauditi ed egiziani a quelli degli studiosi musulmani provenienti dalle più prestigiose università occidentali. La nuova fase post-Giovanni Paolo II paradossalmente ha rappresentato per i musulmani uno stimolo salutare al fine di concepire un nuovo dialogo basato sulle idee e sui contenuti, e non solamente sulle foto di gruppo.


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“Se ci fosse ancora il Mahatma, si vergognerebbe di noi”


Mohan Guruswami intervistato da Valeria Fraschetti

“Una volta qualcuno chiese al Mahatma cosa lo sorprendeva maggiormente. ‘La durezza del cuore delle persone che occupano i posti di potere’, rispose. Ed oggi questo è ancora più vero. E’ evidente che l’eredità morale di Gandhi è svanita. Qual è il sistema di valori di uno Stato che lancia una missione lunare, ma dice di non avere soldi per costruire le scuole?”. Mohan Guruswami, fondatore e chairman del Centre for Policy Alternatives di New Delhi, racconta a Resetdoc cosa ne è oggi dell’eredità del Mahatma, e sconsolato sostiene: “Non c’è giorno che i giornali non riferiscano di violenze scoppiate per questioni legate al sistema delle caste, alla religione o al razzismo. Il Mahatma è oramai solo un’icona, un mito strumentalizzato per fini politici”.


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Gorbaciov: “Quante occasioni perse, dopo la caduta del muro”


Sara Colantonio

Il premio Nobel per la pace Mikail Gorbaciov, l’uomo che ha chiuso la Guerra Fredda, ricorda la figura del grande pensatore indiano, sottolineando che "Gandhi comprendeva l'importanza della diversità culturale, e questo è un fatto importante, un valore fondamentale su cui ogni società pone le sue basi. Allo stesso tempo egli era un sostenitore appassionato del dialogo tra le genti, che rappresentano le diverse culture. In questo senso – dice in una videointervista al sito Avoicomunicare.it – sono sempre i giovani a dare il primo segnale”.


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Navarro-Valls: “Solo lo stato laico garantisce la religione”


Sara Colantonio

L’ex direttore della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, ha raccontato al sito di Telecom Avoicomunicare.it l'ammirazione che Giovanni Paolo II provava per il Mahatma Gandhi: “In diverse occasioni mi ha detto che ne ammirava la figura umana, in particolare per il rispetto della vita che aveva come punto cardinale del suo pensiero. Era l'uomo della comprensione e del dialogo universale, era l'uomo che credeva, che sapeva, che intuiva in qualche modo chi è l'essere umano”. Navarro-Valls ha parlato di giornalismo e di tecnologie, e sulla religione ha aggiunto: “Soltanto lo Stato laico, soprattutto in un'Europa sempre più multiculturale e multireligiosa, può essere la garanzia per poter esprimere liberamente quello che si pensa, e per poter ascoltare anche un'opinione diversa”.


Tara Gandhi: “La risposta al terrore è il perdono”


Sara Colantonio

Dal luogo dove suo nonno il Mahatma Gandhi ogni giorno, alle 5 del pomeriggio, pregava e dava consigli. Dal luogo in cui poi è stato assassinato, Tara Gandhi ha raccontato su Avoicomunicare.it dell’importanza del messaggio del grande pensatore indiano: “Certo che il messaggio di Gandhi è ancora rilevante. È un messaggio di verità, di amore, di non violenza, di compassione. Però spesso non siamo capaci di seguirlo, pensiamo che la pace, la verità e la sua filosofia siano cose per gli ‘altri’, per la società, mentre dobbiamo rivolgerlo a noi stessi, dobbiamo pensare 'questo messaggio è per me'”.


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Un “mondo unico”, ma anche nelle responsabilità


Daniele Castellani Perelli

“Credo nel sogno di Gandhi: One World, un mondo unico con tante culture. Ma questo significa anche che noi siamo corresponsabili di tutto ciò capita sul nostro pianeta, che toccano le nostre vite sia la bomba che esplode a Tel Aviv sia i morti di fame del Ruanda”. Con queste parole il filosofo iraniano Ramin Jahanebgloo ha spiegato in videochat quale è secondo lui l’eredità spirituale, culturale e politica del Mahatma Gandhi, intervenendo venerdì 26 settembre sul sito di Telecom Avoicomunicare.it.


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Il nazionalismo indù e la persecuzione dei cristiani


Valeria Fraschetti

L’ideologia dell’hindutva è la chiave per capire le barbarie commesse dai nazionalisti indù nei confronti dei cristiani, nella regione orientale dell’Orissa. Nata negli anni Venti del secolo scorso e diventata prepotentemente presente nella politica indiana dagli anni ottanta, l’hindutva proclama la necessità di un’India induista e del mantenimento del rigido sistema castale. Un rapporto dell’All India Christian Council (Aicc), stilato in base ai dati del Ministero dell’Interno di New Delhi, ha dimostrato che le violenze hanno toccato nel 2007 il loro massimo dai tempi dell’indipendenza del 1947. Ma il proselitismo cristiano ha saputo incontrare il desiderio di emancipazione socio-economica degli intoccabili e delle popolazioni tribali.


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Quel facile capro espiatorio


Gianfranco Baldini

L’Irlanda ha avuto enormi vantaggi da 35 anni di appartenenza al club europeo. Si è trasformata, da esportatore di burro, manzo e Guinness a sede di produzione di alcuni simboli della modernità – dal Viagra al Botox, passando per i microchip. Il No irlandese è frutto di un complesso mix di paure, largamente infondate. Con la crisi economica che induce al pessimismo, l’Ue diventa, ancor più che in passato, un facile capro espiatorio. Serve un nuovo idealismo, oppure è proprio l’idealismo (quello che aspirava ad una costituzione per l’Europa) ad essere stato bocciato? Ora molto è nelle mani della Francia di Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Ue. E’ il momento di capire se si vuole ancora andare avanti, e soprattutto in quale direzione.


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Slovenia, storia di una giovane europea


Matteo Tacconi

La Slovenia inizia a prendersi sul serio nel 1848, anno zero della lunga marcia verso l’indipendenza, che l’accademico tedesco Joachim Hösler racconta, passo dopo passo, in Slovenia, storia di una giovane identità europea (304 pp., 20 euro, Beit Casa editrice, Trieste 2008), un ottimo strumento per capire e conoscere meglio i cardini, le peculiarità e le caratteristiche di un paese che confina con l’Italia. Ma che dagli italiani è ignorato.


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I duellanti e quel Concilio che fa ancora paura


Marco Damilano

Hans Küng e Joseph Ratzinger. A volte sembra che i due grandi vecchi della teologia internazionale, il papa e il ribelle, siano rimasti gli unici nella Chiesa a occuparsi ancora del Concilio Vaticano II, come i duellanti del film. Il Concilio e i suoi difensori sono finiti via via sul banco degli imputati, all’interno e all’esterno della Chiesa. Alla ideologia degli anni immediatamente successivi al Concilio, ’68 e dintorni, quando andava di moda il Cristo senza la Chiesa, si è sostituita, spesso con la benedizione delle più alte gerarchie ecclesiastiche, la riduzione del Cristianesimo a ideologia dell’Occidente. Una Chiesa senza Cristo, dunque atea.


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“Küng sbaglia, nella Chiesa quella tradizione è ancora viva”


Il teologo cattolico Piero Coda con Elisabetta Ambrosi

«E’ una grande tragedia per la Chiesa di oggi che essa non riesca ad avanzare sulla via del Vaticano II e che a Roma continuino a fare di tutto per bloccare il rinnovamento»: così Hans Küng, nell’intervista rilasciata a Giancarlo Bosetti sulla “Repubblica”, torna a deplorare il congedo della Chiesa romana dallo spirito conciliare. Dunque la Chiesa ha ormai archiviato il Vaticano II come espressione di uno “spirito del tempo” passato? Risponde a Kung un teologo cattolico, Piero Coda, docente di Teologia Sistematica all’Università Lateranense di Roma, da poco nominato Preside dell’Istituto Universitario Sophia (Loppiano, Firenze) per il dialogo interdisciplinare e interculturale.


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Quando il Papa mi delude


Hans Küng con Giancarlo Bosetti

Fu Hans Küng, il teologo svizzero, lui, il grande critico della visione curiale-romana della Chiesa a mettere Joseph Ratzinger su una cattedra-chiave per la sua carriera, quella di teologia dogmatica di Tubinga. «Si sono stato io a proporlo unico loco (candidatura secca, senza le «terne» consuete dei concorsi accademici) per la cattedra parallela alla mia, perché era il più qualificato in Germania - spiega - e volevo uno forte che potesse collaborare con me. E infatti abbiamo collaborato. Per tre anni». L´intellettuale e religioso, ottantenne, conosciuto in tutto il mondo per la sua ispirazione conciliare, ecumenica, aperta al dialogo con le altre religioni, favorevole a una procreazione responsabile, avverso al dogma dell´infallibilità, autore di una importante trilogia su Ebraismo, Cristianesimo e Islam, è in Italia per presentare il primo volume della sua autobiografia La mia battaglia per la libertà. Memorie.


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I copti da Nasser a Mubarak


Giuseppe Scattolin con Khalid Chaouki

Giuseppe Scattolin è un comboniano, sacerdote dal 1968, missionario in Libano, Sudan ed Egitto, dove vive fin dal 1980. Insegna mistica islamica al Pisai (Pontificio istituto di studi arabi e islamistica) di Roma e ha pubblicato numerosi libri su Islam e spiritualità: “Serve un nuovo dialogo tra musulmani e cristiani basato sull’incontro intorno ai valori comuni e per il bene comune dell’uomo. Credo che 14 secoli di conflitti e diatribe tra le due religioni siano ormai sufficienti. Dobbiamo essere capaci di voltare pagina – dice dal Cairo a Resetdoc – Solo tutti insieme potremo realmente tutelare i nostri giovani dal pericolo del fondamentalismo, in cui trovano rifugio per reagire alla globalizzazione”.


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Una grande chance per il mondo musulmano


Andrea Riccardi

Oggi è divenuto impossibile disinteressarsi del mondo cristiano d'Oriente, perché è divenuto impossibile disinteressarsi del Medio Oriente. L'interesse è accresciuto dal fatto che i cristiani d'Oriente vivono una transizione difficile: il loro numero si assottiglia per l'emigrazione, la loro percentuale si riduce rispetto ai musulmani loro compatrioti, la loro sopravvivenza è a rischio. Un grave errore sarebbe assumere un atteggiamento di aggiornata protezione da potenze cristiane verso i cristiani d'Oriente. E' una politica che spesso ha condotto a un processo di estraniazione dei cristiani dal loro ambiente. Questi cristiani non sono solo le vittime dell'intolleranza musulmana, ma sono una grande chance per il mondo musulmano, per non essere solo con se stesso.


Lettera dei 138, riparte il dialogo tra cattolici e musulmani


Matteo Landricina

Il 5 marzo scorso è giunta a Roma una delegazione dei 138 musulmani firmatari della lettera aperta a Papa Benedetto XVI. La ferita di Ratisbona si fa ancora sentire, ha ammesso Aref Ali Nayed, direttore del Royal Islamic Strategic Studies Centre di Amman, ma la delegazione ha incontrato una rappresentanza del Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso. Il risultato di questo meeting è stata la fondazione di un Forum permanente cattolico-musulmano, il cui primo seminario si terrà dal 4 al 6 novembre a Roma. Per l’imam Yahya Pallavicini, nell’Islam “c’è senza dubbio una minoranza che manipola la vera dottrina, ma il mainstream tradizionale è quello di 14 secoli di sapienti e di saggi che hanno sempre condiviso un altro scenario”.


Putin e la geopolitica della Chiesa ortodossa


Matteo Tacconi

Oggi che a Mosca non c’è più la monarchia, né la capitale russa è più la città guida del movimento comunista mondiale, da dove viene la legittimazione? L’“impero” ha trovato la risposta nella religione. Il Cremlino ha trovato con la chiesa ortodossa la legittimazione che cercava, ma per incassarla c’è voluta una svolta politica, radicale. Questo cambiamento è arrivato con Vladimir Putin. Il ritorno ai canoni tipici della politica russa ha avvicinato il potere civile a quello religioso, Vladimir Putin al patriarca Alessio II. Secondo gli osservatori è stata la chiesa russo-ortodossa a ispirare recentemente l’ampliamento degli orizzonti geopolitici del Cremlino.


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Il generale e Sarajevo, una lunga storia d’amore


Ludovica Valori

Jovan Divjak è il generale serbo che rimase a Sarajevo durante l’assedio. Oggi vive ancora nella città simbolo della guerra dei Balcani, occupandosi degli orfani di guerra. Divjak si racconta in una lunga intervista con una giornalista francese (Sarajevo mon amour. Jovan Divjak intervistato da Florence La Bruyere. Infinito Edizioni, pagine 272, euro 18, Roma 2007), in cui non risparmia nessuno, tantomeno se stesso. Ricorda i tempi di Tito con nostalgia, riconoscendogli il merito di essere stato l’abile creatore di uno stato-mosaico. Ma come ha potuto questo paese auto-distruggersi nel giro di pochi anni? Se lo chiede nella prefazione del libro Paolo Rumiz, ricordando che “la guerra in Bosnia non è stata l’ultima barbarie del Novecento, ma la prima guerra del ventunesimo secolo”.


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Curdi, la felice eccezione di un popolo in pace


Hajar Khoshnaw

Dopo la caduta di Saddam i curdi hanno preso parte attivamente alla vita politica irachena, e insieme alle altre forze politiche si sono impegnati a riscrivere la Costituzione per un Iraq Federale, Democratico e Unito. Oggi il Kurdistan iracheno è libero ed autonomo, sta rinascendo, avviandosi ad un processo di stabilizzazione e di pace. Più di 80 imprese italiane stanno investendo e lavorando in Kurdistan, la gente ha ripreso la vita quasi normalmente. La gente non pensa più alla guerra, ma a come costruire una nuova vita serena e tranquilla, pensa alla ricostruzione e alla stabilizzazione del Kurdistan. Gli studenti del Kurdistan siriano ed iraniano, quando vengono allontanati in quanto curdi dalle loro università, si recano nel Kurdistan iracheno per proseguire gli studi.


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Kurdistan turco, non solo Pkk


Marta Federica Ottaviani

I curdi di Turchia sono un popolo molto variegato. Parlano dialetti differenti e spesso praticano anche fedi diverse. Di questi 12-15 milioni di curdi, la maggior parte vive integrata (in parlamento contano 26 rappresentanti) e non è affatto interessata alla creazione di uno Stato indipendente, come rivela un sondaggio del Turkish Daily News. In compenso chiede il diritto di poter studiare la propria lingua a scuola e di vedere riconosciuta l’etnia curda nella Costituzione. Ma le probabilità che i curdi possano ottenere qualcosa sono scarse: la recrudescenza del Pkk ha nuociuto prima di tutto alla minoranza curda. Ma Diyarbakir, piaccia o no al forte spirito di identità che caratterizza il popolo turco, è un mondo a parte.


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Il monastero di Visoki e l’imposizione della tolleranza


Matteo Tacconi

Il monastero ortodosso di Visoki, in Kosovo, è il più importante museo religioso dei Balcani, nonché un luogo di pellegrinaggio per i fedeli di tutta la Serbia. “Fuori” dalle mura di Visoki, l’area di Decani è stata teatro di un’opera certosina di contropulizia etnica: così Visoki è come un puntino nell’oceano, è un piccolo bastione serbo sprofondanto nel bel mezzo di territori etnicamente puri, monolitici. Il piano dell’ex inviato Onu Ahtisaari ha previsto per chiese e monasteri serbi uno status extraterritoriale, simile a quello concesso alle ambasciate, con lo scopo di arginare possibili devastazioni e di garantire il libero culto. I kosovari albanesi si oppongono. Ma l’extraterritorialità serve a “imporre” la tolleranza.


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Ex mujahideen, scoppia in Bosnia la guerra dei passaporti


Matteo Tacconi

Per difendere i propri fratelli musulmani di Bosnia, tra il 1992 e il 1995, arrivarono mujahideen da tutto il mondo arabo, dal Marocco all’Arabia Saudita all’Iraq. Per loro era una “prova generale” di guerra santa, contro gli “infedeli” cristiani di Serbia e Croazia. Una guerra che vinsero, al fianco dei commilitono bosgnacchi (i musulmani di Bosnia), e alla fine della quale poterono rimanere nel paese grazie alla generosa concessione di passaporti bosniaci da parte del governo Izetbegovic. Molti di loro, finanziati dai sauditi, hanno preso però a propagandare l’Islam radicale, e così, incalzato da Washington e Bruxelles, il nuovo esecutivo di Sarajevo sta cominciando a espellere e rimpatriare gli ex-mujahideen. In nome della lotta al terrorismo, e tra le critiche delle associazioni per i diritti umani.


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Benjamin Franklin e la civiltà cinese


Dave Wang

Nessuno al pari di Franklin ha saputo delineare con tanta precisione una visione della futura civiltà americana, intuendo che essa sarebbe potuta scaturita dalla civiltà europea. Nell’ambito lungo processo di “rottura con il Vecchio Mondo”, Franklin ha cercato di trasformarsi da europeo in “americano”. Lo sforzo di Franklin di trarre degli insegnamenti utili dalla civiltà cinese ha inciso notevolmente sul suo contributo alla formazione della civiltà americana. Dall’epistolario e dagli scritti, che ricoprono tutto l’arco della sua vita, emerge infatti la sua ammirazione verso la cultura cinese. Egli ha esplorato praticamente ogni aspetto della civiltà cinese, dal versante spirituale a quello materiale. Egli credeva che la Cina fosse “la più antica e, in virtù della sua lunga esperienza, la più saggia tra le nazioni”.


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Kosovo Polje, le Termopili serbe


Matteo Tacconi

Il principe Lazar e il sultano Murat stanno ancora lì a sfidarsi. L’uno dirimpetto all’altro, sullo stesso posto dove sei secoli e una manciata d’anni fa si affrontarono, cadendo entrambi, nella battaglia di Kosovo Polje. Siamo a Gazimestan, una piccola contrada alle porte della capitale kosovara. La grande torre dedicata a Lazar svetta su questo minuscolo borgo, dominando l’ampia pianura dove gli eserciti serbo e turco si scontrarono. Quella di Lazar è una storia che ha un risvolto intimamente culturale. Per i serbi la battaglia di Kosovo Polje, del 1389, ha lo stesso valore delle Termopili. Così come gli spartani si immolarono per salvare la Grecia, così la Serbia decretò la propria fine per salvare l’integrità dell’Europa cristiana e rallentare l’avanzata dell’impero ottomano verso il cuore del vecchio continente.


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La Francia, l’Algeria e la sfida del perdono


Khaled Fouad Allam con Alessandra Cardinale

“L’Algeria una democrazia di facciata? Mi sembra esagerato. E’ una società che negli ultimi dieci anni è molto cambiata e che fa fatica a sviluppare il suo spazio democratico”. Khaled Fouad Allam, nato a Tlecem in Algeria, professore di sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste e di Urbino, e da un anno deputato del Parlamento italiano, sostiene che la società algerina sia democratica nei suoi fondamenti. Il problema – dice – “è trasportare questi valori dal piano sociologico a quello politico”. Altro punto nodale, il tema del perdono, che né la Francia né l’Algeria hanno il coraggio di affrontare ma che “è essenziale per ricondurre due popoli all’amicizia”.


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Entro i limiti della sola memoria


Il filosofo israeliano Avishai Margalit con Giancarlo Bosetti

Troppa memoria o troppo poca? Hrant Dink è stato ucciso perché scriveva per ricordare il genocidio armeno, il Nobel Orhan Pamuk è stato costretto a lasciare la Turchia – era minacciato per la stessa ragione. In Sudafrica sono stati e sono necessari riti della memoria e della riconciliazione, riti che aiutino anche a perdonare. Nel discutere dell’etica della memoria non ci sono solo le colpe del dimenticare e i meriti del ricordare, ci sono anche colpe e meriti opposti: distruggere gli archivi qualche volta appare giusto, più spesso sicuramente no. A declinare i risvolti etici e morali del ricordo e dell’oblio è il filosofo israeliano Avishai Margalit autore del libro, L’etica della memoria (Il Mulino).


I musulmani, gli ebrei e la vittima sacrificale


Amara Lakhous

Perché gli ebrei di oggi si sentirebbero danneggiati da una ipotesi storiografica che riguarda il Medioevo? Perché rifiutano che Simonino possa essere una vittima, e che quindi il carnefice possa essere un ebreo. Lo stesso concetto è ben noto al mondo arabo. Esiste un’ossessione di tanti musulmani nel negare l’Olocausto, nonostante la loro assoluta estraneità alla follia nazista. Probabilmente, per il musulmano di oggi, riconoscerlo significherebbe concedere all’ebreo lo status di vittima assoluta. Il concetto di vittima è anche al centro della figura di Abramo, spesso invocata per promuovere il dialogo interreligioso, dimenticando però che il sacrificio di Abramo presenta narrazioni contrastanti.


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Una storia che risale alla morte di Maometto


Martina Toti

Oggi gli sciiti rappresentano circa il 10–15% della popolazione musulmana e costituiscono una maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaigian e Bahrein mentre sono un’importante minoranza in Afghanistan, Pakistan, Siria, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Di fatto, ben lontano dall’essere unitario, il mondo musulmano è attraversato da divisioni e separazioni, la più evidente delle quali è quella tra Sunniti e Sciiti e risale addirittura alla morte di Maometto. Ma cos’è che rende Sunniti e Sciiti diversi, seppure facce della stessa luna? La risposta è nella storia islamica.


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Quando Arafat protesse gli ebrei


Martina Toti

Oggi non sono che un centinaio, ma una volta gli ebrei erano una parte vitale del Libano. Negli anni '50 - '60, "ebrei, drusi, sciiti, sunniti, cristiani vivevano tutti in pace, da buoni vicini e da buoni amici", ricorda uno di loro. Allora erano circa 14.000 e poteva accadere che gli ebrei libanesi vesnissero protetti da Fatah, il gruppo di Arafat. I loro eredi hanno deciso di rimanere. Sono sopravvissuti anche a questa guerra e al suo odio. Anche se la sinagoga Maghen Abraham, a Beirut, è ora solo il tempio diroccato di un popolo disperso.


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Coesistere e' un destino inevitabile


Andrea Riccardi

Ruanda, Sri Lanka, Bosnia-Erzegovina, Cina. Ma anche Londra e le banlieues francesi. E' possibile convivere? La globalizzazione accelera, le migrazioni aumentano, sempre più culture si ritrovano a dividere gli stessi territori. C'è un'alternativa alla guerra e ai conflitti? Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio e membro del Comitato scientifico di ResetDoC, esplora l'argomento nel suo ultimo libro, in cui disegna una mappa dei conflitti culturali, religiosi e etnici che insanguinano il mondo.


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Medio Evo, quando l'Occidente voleva imparare dall'Oriente


Charles Burnett

L’Occidente e l’Oriente sono cresciuti insieme. Nel XII e nel XIII secolo, l’Occidente aveva bisogno di tradurre testi scientifici arabi per colmare delle lacune “in tre aree principali in cui i latini erano particolarmente carenti: matematica (specialmente geometria e astronomia), fisica, medicina”. Charles Burnett è professore di storia delle influenze islamiche al Warburg Institute di Londra (UK). In questo testo ci ricorda che durante il Medio Evo “il mondo ebraico e quello islamico condivisero con la cristianità un sapere comune sulla scienza e la filosofia”: “si era formato un commonwealth di studiosi che trascendeva i confini politici e linguistici”. Quando Occidente e Oriente sapevano di aver bisogno l’uno dell’altro.