Arti e Culture
«Perché a Teheran proprio no»
Giuliano Amato, Giancarlo Bosetti e Ramin Jahanbegloo, membri del comitato scientifico di Resetdoc, hanno scritto una lettera alla direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova per scongiurare che la Giornata mondiale della filosofia si tenga nel 2010 in Iran. Sarebbe infatti una beffa per le vittime della repressione, in un Paese in cui si può essere incarcerati e si può rischiare la vita per le proprie idee: «Siamo certi che in questa allarmata richiesta non saremo soli – scrivono nel loro appello – e chiediamo fin d’ora a filosofi e intellettuali di ogni parte del mondo di unirsi ad essa inviandoci un messaggio con la loro adesione a info@resetdoc.org».
«Io, filosofo liberale, respinto dal Kuwait»
L’intellettuale egiziano Nasr Hamid Abu Zayd, membro del comitato esecutivo di Resetdoc, non ha dubbi: il peggior nemico della libertà di pensiero nel mondo arabo è “il matrimonio cattolico tra Islam e politica”. Quel matrimonio che il dicembre scorso ha indotto le autorità kuwaitiane, sotto la pressione dei parlamentari islamisti, a respingerlo alla frontiera dopo avergli in precedenza concesso un visto. “È la prima volta che mi capita”, confessa Abu Zayd. Il teologo liberale, il giorno del respingimento, è stato costretto a risalire su un aereo all'aeroporto Sheikh Saad di Kuwait City, dove era atterrato poco prima per parlare, presso la Women’s Cultural Social Society, della visione della donna nella sharia e nel Corano e della riforma del pensiero islamico.
Dagli Emirati allo Yemen, uno tsunami culturale
In Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Oman, Bahrain e Qatar, le costrizioni sociali e religiose hanno condizionato per molto tempo lo sviluppo di varie forme artistiche. Ma in questi Paesi negli ultimi anni si è messa in evidenza una nuova generazione di romanzieri che ha suscitato curiosità da parte degli arabi del Mediterraneo. I numeri dello “tsunami” che ha colpito, in particolare, la nuova letteratura dall'Arabia Saudita parlano da sé. Tra il 1950 e il 1960 nel Regno di Abdullah furono pubblicati sei romanzi, che diventarono 67 tra il 1981 e il 1990, e poi 98 nel decennio successivo, fino a raggiungere quota 226 tra il 2000 e il 2006. Le nuove voci arabe portano un messaggio di contestazione, parlano di schiavitù, tabù, tradizioni e superstizioni, di disgregazione sociale, di colpevolezza individuale e dei rapporti complicati fra uomo e donna.
Un articolo di Elisa Pierandrei
«Noi siamo i figli dell'antica Penisola»
Scrittore, giornalista e poeta, Ahmed Abodehman è nato nel 1949 ad Alkhalaf, un paese di montagna situato nel sud dell'Arabia Saudita (ma lo sapevate che qui le montagne sono alte 3mila metri?). Dopo gli studi a Riad, si è trasferito a Parigi, dove vive attualmente con la sua famiglia. Dal 1982 scrive per il quotidiano saudita Al Riyad. La Cintura è considerato il primo romanzo di un saudita scritto in lingua francese. Nelle sua pagine l'autore ci conduce alla scoperta del suo villaggio natale, un luogo fatato, dai contorni poetici governato ancora da regole ancestrali. Ma questo libro è soprattutto una ricerca del tempo perduto, una lenta presa di coscienza da parte del narratore della sua identità, del conflitto tra l'attaccamento alle proprie radici ed il bisogno di integrazione ad altre culture.
Un'intervista di Elisa Pierandrei.
«Le mie storie non “appropriate”, tra il Texas e il Kuwait»
Traduttrice dall'arabo, blogger e scrittrice, Randa Jarrar è nata a Chicago nel 1978 da padre palestinese e madre greco-egiziana. Dopo soli due mesi si è trasferita in Kuwait con la famiglia. Per poi fuggire in Egitto, nel 1990, dopo l'invasione irachena. Da qui di nuovo in America, dove vive tuttora. La sua vita è stata molto simile a quella di Nidali, la protagonista del suo romanzo d'esordio intitolato La Collezionista di storie (Piemme). Definito uno dei migliori esordi degli ultimi anni, nel 2009 ha vinto l'Arab American Book Award per la migliore opera di fiction. E' l'unica scrittrice americana di origini arabe ad essere finalista di Beirut39, un progetto dell'Hay Festival, in collaborazione con l'Unesco, mirato a selezionare i migliori 39 autori arabi con meno di 39 anni.
Un'intervista di Elisa Pierandrei.
Le mille letterature del mondo arabo
Docente di Lingua e Letteratura Araba alla Sapienza di Roma, Isabella Camera D'Afflitto è una delle massime studiose di lingua araba in Italia. Ha insegnato per molti anni anche all'Orientale di Napoli e adesso collabora con giornali, case editrici e riviste per promuovere le conoscenza della letteratura araba in Italia. E' membro della prestigiosa giuria internazionale del Sharja Prize for Arab Culture promosso dall'UNESCO, riconoscimento per il quale è stata lei stessa finalista nel 2003. Nel 2006 le è stato conferito il premio Grinzane Cavour nella sezione “traduzione”, e al Cairo il Literary Award for Translation. Ha tradotto alcuni dei maggiori scrittori arabi fra cui il premio Nobel Nagib Mahfuz, ‘Abd al-Rahman Munif, Ghassan Kanafani, Emil Habibi e Latifa Zayyad.
Cinema israeliano a Milano, chi l'ha visto?
Dal 2000 in poi, il cinema israeliano ha riscosso un successo notevole, arrivando a Cannes e a Venezia, raggiungendo il grande schermo su scala internazionale con film di grande qualità, come ‘Il giardino dei limoni’, ‘Lebanon’, ‘Valzer con Bashir’. Eppure la rassegna milanese Cinematov 2009 non ha attirato molto pubblico, e la stampa italiana l'ha decisamente snobbata. E nel pubblico c'è chi chiedeva: «Ma la fate, poi, una rassegna palestinese?».
«Noi, globetrotters della diversità»
Da piazza Vittorio al mondo, dall’Esquilino alle capitali europee. Tutto a partire da una sfida e da un sogno: quella di trasformare il suono della storica piazza del quartiere Esquilino a Roma, crocevia di genti, in un’Orchestra che mettesse insieme i suoni del mondo e dunque i musicisti di tanti paesi diversi. Non è stato facile all’inizio ma il risultato è sotto gli occhi di tutti gli appassionati: dalla ricerca dei musicisti alle prime esibizioni al Romaeuropa Festival 2002, l’Orchestra di Piazza Vittorio ha saputo ritagliarsi uno spazio tutto suo.
Una tragica incomprensione reciproca
La Commissione Galileo fu costituita da Giovanni Paolo II con una lettera del Cardinale Segretario di Stato, il 3 luglio 1981, ai membri della Commissione. Il 31 ottobre 1992, con una solenne udienza alla Pontificia Accademia delle Scienze, Giovanni Paolo II concluse il lavoro della Commissione. L’allocuzione del Papa fu preceduta da quella del Cardinale Paul Poupard che, con una lettera del 4 maggio 1990, era stato invitato dal Cardinale Segretario di Stato a coordinare le fasi finali del lavoro della Commissione. Un’analisi di queste due allocuzioni rivela alcune inadeguatezze.
Nell’Inferno di Dante
Chiamato a risolvere le controversie sulla reale geografia dell’Inferno di Dante, Galileo usa la scienza per dirimere una questione letteraria molto discussa al suo tempo. Sbaglia, in realtà, ma forse anche da questo errore trae ispirazione per i Discorsi, considerati il suo testamento scientifico. Galileo vuole mostrare che la fisica matematica non consiste soltanto di calcoli efficaci dal punto di vista tecnico, ma può dare un contributo ai dibattiti culturali più nobili, acquisendo così uno statuto intellettuale paragonabile a quello delle materie umanistiche classiche.
La modernità di Galilei
Galilei non ha mai scritto un trattato sul vero metodo scientifico, e la sua modernità non sta in un presunto metodo sperimentale: nel corso delle sue ricerche, infatti, Galilei sempre oscilla fra l'accettazione di misure non corroborate da teoremi e l'elogio di teoremi privi di conferma sperimentale. Agli inizi del Seicento scopre accidentalmente che la velocità di discesa di una sferetta su un piano inclinato non è costante .Nel gennaio del 1610 egli punta il telescopio su Giove e in poche nottate scopre le quattro stelle medicee: ma sappiamo, proprio dai suoi manoscritti, che egli non sta controllando alcuna previsione sul possibile numero dei satelliti di quel pianeta – li vede, e basta. Questi due casi evidenziano come alcuni eventi fondamentali per la nascita della scienza moderna non siano gli esiti di una logica rigorosa e interna alla crescita delle conoscenze, ma costituiscano delle svolte improvvise e indipendenti da aspettative o intenzioni o previsioni.
Essere eretici nella società della conoscenza
In questo 2009, Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione, e in questa nostra società, definita “società della conoscenza”, a quattrocento anni dall’eresia di Galileo vi è la speranza che ciascuno abbia la possibilità di essere “autenticamente eretico”? Internet, vero strumento di democrazia, consente di fatto a ciascuno di approvvigionarsi di conoscenza, accedendo ad un numero di fonti e di informazioni pressoché infinita.
Adonis: «Le religioni monoteiste sono un ostacolo alla convivenza pacifica»
“Due o tre parti che si negano non possono dialogare fra loro e questo, a mio avviso, lo fanno le religioni monoteistiche presenti nel mediterraneo. La stessa Europa, anche quando cerca di superare la religione, non è mai pienamente laica. Si parla tanto di fondamentalismo islamico, ma nessuno, o quasi, parla degli altri fondamentalismi, quello cristiano e quello ebraico”. Lo ha dichiarato il poeta Adonis al Festival della Letteratura di Viaggio il 24 settembre 2009 a Roma.
A Seyla Benhabib il Premio Ernst Bloch
Seyla Benhabib, docente di Scienze Politiche e Filosofia e membro del Comitato Scientifico di Resetdoc, ha ricevuto il Premio Ernst Bloch il 25 settembre a Ludwigshafen, in Germania. Il premio, uno dei più ambiti riconoscimenti per la filosofia in Germania, viene conferito ogni tre anni e consiste in un onorario di 15,000 euro a nome del filosofo tedesco di origini ebree Ernst Bloch (1885-1977) offerto dalla sua città natale, Ludwigshafen. Negli anni precedenti lo hanno ottenuto studiosi come Leszek Kolakowski, Pierre Bordieu, Jurgen Moltmann ed Eric Hobsbawm. Il comitato del Premio Bloch ha fatto ricadere la scelta sulla Benhabib in quanto il suo lavoro "prende ispirazione dalle contraddizioni del mondo della globalizzazione: la filosofa analizza il rapporto tra i diritti dei cittadini e i diritti umani e ci spinge a riflettere sulla necessità di una prospettiva etica. Proponendo una cultura di creatività civile e civica, ricorda l'utopia blochiana del multiversum" (dallo Yale Bulletin).
Se in Medio Oriente vincesse Minerva
Non è più il tempo di Venere e di Marte, ma è quello di Minerva, dea della Saggezza. I conflitti mediorientali visti da Otranto, dove si è svolta la prima edizione della Summer School di geopolitica organizzata dalla Fondazione Vicino Oriente. A dominare il dibattito è la consapevolezza della necessità di un approccio sempre più olistico e di una prospettiva multilaterale, espressa tra gli altri dal professore della Cattolica di Milano Vittorio Emanuele Parsi.
«Ma insegnando le religioni si combatte l'islamofobia»
Nella società odierna si assiste ad un ritorno alla religione. Ma università, istituti e scuole non sembrano essere all’altezza della situazione, e le comunità soffrono questa dicotomia tra una forte presenza del dato religioso nello spazio pubblico e l’assenza d’insegnamento nello spazio accademico. Secondo il filosofo Mustafa Cherif, la sola presenza di quasi 20 milioni di cittadini musulmani in Europa dovrebbe essere una ragione sufficiente per approfondire lo studio e la conoscenza dell’Islam.
Un articolo di Marco Cesario.
Così avevano votato i berlinesi
Il 26 aprile scorso Berlino ha detto no al Referendum ‘Pro Reli’, che proponeva di introdurre nelle classi tra i 12 e i 16 anni corsi di religione obbligatori che, se fossero stati introdotti, avrebbero avuto lo stesso statuto (ed effetto) dei corsi di etica secolare introdotti nel 2006. L’idea dei fautori del referendum era quella di fornire agli studenti berlinesi provenienti da famiglie religiose un’alternativa al corso di etica. Ma la massiccia campagna non ha dato i frutti sperati.
Un articolo di Marco Cesario.
«La scuola deve avere una morale pluralista e non religiosa»
“Una pluralità di catechismi all’interno della scuola mi sembra un’idea pericolosa”. Philippe Borgeaud, professore di Storia delle religioni all'Università di Ginevra, riflette con Resetdoc sul rapporto tra scuola e religione in Europa: “Le scuole non dovrebbero essere considerate dei luoghi di diffusione delle religioni, ma soltanto delle piattaforme di diffusione del sapere. Anche quello sulla religione”. Membro del comitato scientifico dell’Istituto Europeo di Scienze Religiose (IESR, Ecole pratique des hautes études, Parigi) e corrispondente a Parigi della rivista ‘Revue de l'histoire des religions’, Borgeaud sottolinea come “l’insegnamento pubblico debba tener conto anche che ci sono atei o persone semplicemente indifferenti alla religione”.
I modelli europei
In Europa l’insegnamento della religione è maggioritario, sebbene non si tratti ovunque di religione cattolica o di una religione unica, cosa che avviene solo in sei paesi (Croazia, Italia, Irlanda, Malta, Portogallo, Slovacchia) per la religione cattolica, in due per quella ortodossa (Cipro e Grecia) e in uno (Turchia) per quella islamica. In dodici paesi l’insegnamento è però multireligioso, e i fermenti multiculturali che stanno caratterizzando l’Europa obbligano sicuramente a riflettere in maniera più articolata sui temi in questione.
Religioni ideologiche per un mondo disincantato
“L’Islam ideologico dei movimenti radicali, più che una religione, mi sembra un’ideologia. Parlano più di Islam che di Dio, cioè più del sistema fondato sulla religione che non dell’aspetto interiore, dell’aspetto essenziale di una fede religiosa. C’è quindi qualcosa di preoccupantemente simile nei due recuperi sia ad Est che ad Ovest. E anzi, siamo noi che stiamo percorrendo quella linea che i paesi islamici hanno anticipato qualche decennio fa”. Paolo Branca, professore di lingua e letteratura araba all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, parla a Resetdoc del ritorno della religione in Occidente e Oriente.
Il revival sufi come atto di libertà
In Iran, prima della rivoluzione islamica del 1979, coloro che si dichiaravano musulmani sufi erano circa 100.000; oggi, a distanza di trent’anni, sono divenuti quasi 5 milioni. Il fatto che proprio il sufismo abbia subito un’impennata nella sua popolarità durante il governo dell’unica repubblica islamica al mondo e che soprattutto sia divenuto popolare presso i più giovani e le donne è certamente indicativo. L’Iran è oggi il paese con il maggior numero di sufi di tutto il Medio Oriente. Per i giovani il sufismo sembra essere uno strumento per rimanere musulmani e al contempo prendere le distanze dall’Islam politico e di stato; per alcune donne l’essere sufi significa ritrovare un’autenticità culturale “persiana” libera, da un lato, dalle restrizioni dell’ortodossia al governo e, dall’altro, dall’influenza culturale occidentale.
Jamila, Ahmed e gli altri. Storie di musulmani d'Italia
Da lunedì 4 maggio alle ore 23.30 per due settimane - dal lunedì al venerdì - Radio3 Rai trasmetterà Jamila, Ahmed e gli altri. Storie di musulmani d'Italia. Un programma radiofonico di Renata Pepicelli, curato da Fabiana Carobolante, che in dieci puntate cercherà di raccontare la situazione dell'Islam in Italia. Le trasmissioni sono ascoltabili via etere o in streaming dal sito di radio3 http://www.radio.rai.it/radio3/. Le puntate saranno anche scaricabili attraverso il servizio di podcast.
“Perché ce l’ho con Yehoshua, Grossman e Oz”
Chiunque abbia sostenuto la guerra di Gaza deve sostenere anche i crimini di guerra commessi laggiù”. Lo ha detto a ResetDOC il giornalista pacifista israeliano Gideon Levy rispondendo indirettamente alla lettera aperta inviatagli da Abraham Yehoshua e pubblicata dal quotidiano Haaretz. In quest’ultima il famoso scrittore aveva invitato Levy a “preservare il valore morale della sua voce illustre” addossando anche ai leader di Hamas e non solo ai leader israeliani le colpe per aver scatenato una guerra così cruenta. Quando gli si chiede dell’atteggiamento di Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman, apertamente favorevoli alla guerra, Levy risponde: “Sono profondamente dispiaciuto che persone con una moralità del loro calibro abbiano sostenuto questa guerra in quanto si è trattato di una guerra immorale”.
La cultura salverà il Mediterraneo?
Il progetto di Sarkozy non è più nel Mediterraneo: è naufragato nel profondo cuore dell’Europa, a Bruxelles. Sulla cultura invece sia l’Ue che i paesi della sponda Sud sembrano avere le idee molto più chiare. Qantara, progetto promosso dall’Unione Europea nel quadro di “Euromed Heritage”, dall’Istituto del mondo Arabo di Parigi e dalle direzioni del patrimonio e delle antichità d’Algeria, Giordania, Libano, Marocco, Tunisia, Spagna, Egitto e Siria, basandosi sul principio di trasversalità, ha realizzato un archivio in quattro lingue che recensisce il patrimonio e i fondi artistici delle due rive del Mediterraneo, mettendo in luce tutti gli elementi comuni suscettibili di avvicinare dei popoli spesso molto radicati nel loro particolarismo.
Radiodervish, musica contro il razzismo
“Negli ultimi tempi si sta fomentando la paura agendo sulle emozioni e gli istinti antichi della gente. Pensiamo di vivere in una società dove l'emergenza è quella dell'immigrazione, in realtà c'è già una seconda emergenza, che è quella dei figli degli immigrati, che arrivano a 18 anni e non hanno diritti, perché non hanno la cittadinanza italiana”. I Radiodervish sono un gruppo musicale nato a Bari nel 1997 e composto da Michele Lobaccaro e Nabil Salameh, artista di origini palestinese. Come vedono l’Italia, dal punto di vista dell’immigrazione e del dialogo interculturale?
A Rima Maroun il premio Euromediterraneo
Venerdì 26 settembre, a Napoli, la Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture e la Fondazione Mediterraneo assegneranno il “Premio Euromediterraneo per il Dialogo tra le Culture” alla fotografa libanese Rima Maroun, per onorare il suo impegno a favore del dialogo attraverso le arti: “Se cerco di creare un’opera artistica – sostiene Maroun – è perché sono convinta che l’arte richieda un vero dialogo, un vero ascolto, una vera condivisione. E’ uno dei rari luoghi dove le persone possono incontrare il loro lato umano”. La cerimonia si terrà alle ore 18 alla Maison de la Méditerranée di Via Depretis, 130.
Il primato della percezione nell’era della comunicazione
In occasione del centenario della nascita di Maurice Merleau-Ponty, un congresso internazionale presso l’Ecole Normale Supérieure di Parigi ha ridiscusso le concezioni di spazio e tempo introdotte dal filosofo, la cui opera appare come un dialogo ininterrotto con altre scienze come la psicologia, la neurologia, la fisica, la letteratura e la pittura. Un’occasione per discutere non solo dell’attualità delle sue posizioni filosofiche, ma anche per utilizzare gli strumenti offerti dalla sua fenomenologia per ripensare le categorie di spazio e tempo nell’era della comunicazione.
Kabbalah e Scienza, un incontro a La Sapienza
Mercoledì 13 febbraio, all’Università di Roma “La Sapienza”, il dottor Zaki Avalli terrà una lezione sul tema “Kabbalah e Scienza. Per una storia degli scambi culturali”. L’incontro si terrà alle ore 14e30 presso l’Aula Grande del Dipartimento di Storia moderna e contemporanea. Il boicottaggio delle università e della Fiera del Libro si combatte anche in questo modo, favorendo lo scambio interculturale, facendo crescere i valori di una cittadinanza condivisa e della fratellanza fra i popoli.
Bianco e Nero, quando il desiderio vince il pregiudizio
Nel film Bianco e Nero, la regista Cristina Comencini utilizza i temi a lei cari – il mondo della famiglia e degli affetti – per portare sullo schermo, insieme alle vicissitudini di una coppia, anche quelle dei clichè culturali, spesso sottili e indiretti. Protagonista del film è il desiderio, che scompagina i cassetti, confondendone i contenuti, portando mondi diversi a contaminarsi, separando chi prima era unito e unendo chi non avrebbe mai pensato di aver qualcosa in comune. Bianco e Nero, con Fabio Volo e Ambra Angiolini, è un utile strumento interculturale, ma non riesce tuttavia a superare quello che è forse ormai l’unico vero tabù della nostra società: la povertà.
“Con odio e con amore, racconto la mia Cina”
«Gli scrittori cinesi di oggi vivono all’interno di enormi trasformazioni. È una ricchezza inesauribile ed è questo che bisognerebbe rappresentare». Yu Hua, in attesa della prossima uscita in Italia del suo ultimo romanzo Fratelli (in primavera con Feltrinelli), commenta così il variegato panorama letterario del suo paese. Dopo la Rivoluzione culturale, la violenza e l’orrore, lo scrittore fatica a immaginare il futuro, anche il proprio, e attacca gli intellettuali, troppo ripiegati su se stessi. Di un’unica cosa però è certo: le sue opere descriveranno sempre la realtà a tinte forti.
Scarpette o Boeing? I sogni diversi dei bambini cinesi
Nel 2006 la Cina è diventata la terza potenza economica mondiale, ma il reddito pro capite medio non è nemmeno tra i primi cento al mondo. Una vita sociale squilibrata porta inevitabilmente a bisogni psicologici squilibrati. Nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, in occasione della Festa del Fanciullo, il Primo Giugno, la televisione cinese intervistò bambini di varie parti della Cina, chiedendo loro quale regalo desiderassero ricevere per il Primo Giugno. Un bambino di Pechino arrivò a chiedere un vero Boeing, non un aeroplanino giocattolo; mentre una bambina del Nordovest disse timidamente che desiderava un paio di scarpe da ginnastica. La distanza tra i sogni dei due bambini di Pechino e del Nordovest mette in luce due estremi, una differenza enorme. La differenza abissale nei sogni di questi due bambini fa pensare quasi che vivano in due epoche diverse, uno nell’Europa di oggi, l’altra nell’Europa di quattrocento anni fa.
Cina, undici frammenti della generazione pop
Cina. Undici scrittori della generazione pop (Isbn edizioni 2006, 256 pagine, 14 euro) raccoglie undici racconti di altrettanti autori nati tra gli anni Sessanta e Settanta di diverse regioni del paese, anche se le città “protagoniste” di questa antologia sono soprattutto Pechino, Nanchino e Shanghai. Età e provenienza non sono casuali bensì rispecchiano, insieme ad altri parametri, una precisa volontà. Quella di offrire “un frammento della giovane scena letteraria contemporanea”, come spiega nella lunga e dettagliata introduzione il sinologo Frank Meinshausen, curatore dell’edizione tedesca del volume (edito da Suhrkamp Verlag, 2003) uscita con un titolo di segno differente rispetto a quello italiano: Das Leben ist jetz, la vita è adesso.
Sole e Luna doc fest, cinema del Mediterraneo
Quanti Mediterranei esistono? E come fare a conoscerli davvero? Con la seconda edizione del Sole e Luna doc fest, che mette insieme le aree cristiane e occidentali e quelle islamiche e medio-orientali del Mediterraneo come i tasselli di un affascinante puzzle, sembra meno difficile rispondere a simili interrogativi. I 29 film-documentari del concorso internazionale a premi di documentari sul Mediterraneo e sull’islam, in scena a Palermo nel complesso di Santa Maria dello Spasimo dal 22 al 29 luglio (ingresso gratuito), tutti ambientati nel Mediterraneo e nel vicino Oriente, riescono dunque nell’impresa di mettere insieme paesi tanto vicini quanto lontani come Iran, Israele, Afghanistan, Marocco, Yemen, Palestina, Balcani, Portogallo.
“Marnero”. Romania-Italia andata e ritorno
“In Italia siamo arrivati in treno. Alexandra aveva tre anni. Lei parlava rumeno, prima, ora no, ora solo italiano. Quando parlo rumeno lei chiede perché parlo lingua straniera. Lei non vuole mai tornare in Romania, dice che puzza. Colpa delle mucche. In Romania, dico, c’è il Mar Nero. Mia figlia pensa che è parola sola, lei dice veloce veloce e attaccato. Marnero. Sembra cognome strano di qualcuno. Il signor Marnero”. Lingua, identità e immigrazione. Il racconto di una giovane scrittrice diplomata alla Scuola Holden di Alessandro Baricco. Uno dei testi scelti per il Melting Plot dell’Eliseo Café di Roma, per raccontare il mondo degli stranieri in Italia.
“Tutto, tranne testa e mani”. Un ucraino a Milano
“Questa è la sbobinatura poco fedele di ciò che Sergej mi ha detto in quell’oretta prima che mi accompagnasse nella palestra clandestina non tanto lontana da casa sua, lì dove le cose non sono andate proprio come dovevano andare. Vuoi sapere la mia storia? Il mio nome è Sergej e vengo di Ucraina. Come Shevcenko. Più bello ma meno ricco. Peccato. Ucraina conoscete solo perché è nato Sheva e perché avete battuto ai mondiali, sennò nessun di italiano sa che esistiamo”. Lingua, identità e immigrazione. Il racconto di un giovane scrittore diplomato alla Scuola Holden di Alessandro Baricco. Uno dei testi scelti per il Melting Plot dell’Eliseo Café di Roma, per raccontare il mondo degli stranieri in Italia.
“Dobbiamo curare la tirannia col farmaco della democrazia”
La tirannia, nella versione araba, ha generato corruzione, fanatismo e terrorismo. E per uscire da questo stallo politico e socio-economico, occorre democratizzare il mondo arabo dall’interno e in modo pacifico. Così la pensa uno degli intellettuali arabi più impegnati in questi ultimi anni: Ala Al-aswany. L’autore del bestseller Palazzo Yacoubian (Feltrinelli) è membro del movimento di opposizione in Egitto Kifaya! (Basta!). Ala Al-aswany ha 50 anni e per vivere fa il dentista. Ha pubblicato recentemente il suo secondo romanzo intitolato Chicago, affrontando con coraggio e profondità i tre tabù delle società arabe: la religione, la politica e la sessualità.
“La letteratura araba? Noi italiani siamo rimasti alle Mille una notte”
“Nel mondo arabo si scrive e si pubblica di tutto. Un esempio per tutti è il Libano, che ospita le più grandi tipografie e case editrici, ed è sempre stato un modello di pluralismo e di libertà editoriale, addirittura dal 1800. Ma anche in Egitto c’è spesso qualche libro che fa scalpore, e di conseguenza vende parecchio e il suo autore diviene molto conosciuto. Insomma, noi abbiamo una forte preclusione, immaginiamo un mondo assolutamente retrogrado, dove non si può parlare di nulla, ma non è così”. Lo spiega in questa intervista Isabella Camera D’Afflitto, professoressa di Letteratura araba moderna e contemporanea alla Sapienza di Roma.
Kapuscinski, la voce di chi non ha voce
“Il suo metodo – che poi metodo non era, bensì un segno della sua insaziabile curiosità – era trattare ognuno come se fosse portatore di chissà quali verità, mondi ed esperienze. Nel momento dell’incontro rimpiccioliva, diventava quasi un bambino, e con lo sguardo, il sorriso, e soprattutto con il suo intensissimo interesse per la persona che si trovava di fronte, apriva nell’interlocutore il bisogno di confessioni e confidenze. E, soprattutto, il sospetto, sperimentato spesso per la prima volta, che nella propria esperienza ci sia veramente qualcosa di interessante”. Il direttore dell’Istituto Polacco di Roma, il poeta Jaroslaw Mikolajewski, ricorda il grande giornalista scomparso.
“Sakrana kosta mnogo”. Ritorno a Belgrado
“Io ero diventata una italiana e a mia mamma correggevo i plurali. Belgrado, sembra un posto dove è appena finito un gioco rumoroso. Il gioco era, al buio, quando ne cadeva una, indovinare che tipo di bomba o razzo era e dire il posto dove era caduto. I morti erano seccati di tutte le cene che si faceva in loro onore. I morti scuotevano le loro teste trapanate di buchi, dicevano con disappunto concreto, sakrana kosta mnogo. Che il funerale era caro”. Lingua, memoria e immigrazione. Il racconto di una giovane scrittrice diplomata alla Scuola Holden di Alessandro Baricco. Uno dei testi scelti per il Melting Plot dell’Eliseo Café di Roma, per raccontare il mondo degli stranieri in Italia.
Il secolo “brevissimo” di un’Africa in cerca di identita'
Se la filosofa occidentale, da Hume a Kant a Hegel, ha visto nel non-possesso del Logos il tratto proprio dell’uomo africano, i filosofi africani novecenteschi han-no presentato al mondo l’inaudita affermazione che l’uomo africano era capace di filosofia. Ma dopo l’intensa stagione delle Indipendenze, dei filosofi e della Negritudine, al termine della guerra fredda e degli equilibri del Novecento l’Africa, divenuta un continente fantasma, che nulla cambierebbe nell’economia mondiale se fosse cancellato dalla carta geografica, funestato da guerre ed epidemie, sembra sprofondare in una nuova notte.
Egitto, Libano e Giordania. Dove il Codice Da Vinci fa paura
Vietato in Egitto, Libano e Giordania, il film di Ron Howard viene fortemente criticato non solo nei paesi cattolici, ma anche in diversi stati musulmani. Attualmente Bahrein, Israele, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti sono gli unici paesi del Medio Oriente in cui è programmata la visione della versione cinematografica del bestseller di Dan Brown. “Nel sacro Corano è scritto chiaramente che Gesù è uno dei nostri profeti – ha dichiarato un rappresentante musulmano indiano – Il film sostiene che Gesù era sposato. E’ blasfemo”. Ma per Rana Abu Ata, giornalista araba e editorialista di al-Hayat, i musulmani potrebbero imparare una lezione da questo film. Sui diritti delle donne.
Il paradigma della traduzione
“Bisogna riconoscerlo: da una lingua all’altra la situazione è proprio quella della dispersione e della confusione. Eppure, la traduzione si inscrive nella litania dei ‘nonostante tutto’. A dispetto dei fratricidi, militiamo per la fratellanza universale”. Il filosofo francese riflette sull’essenza della traduzione, concentrandosi sulla questione della fedeltà e del tradimento. Non tralasciando l’aspetto umano di quest’antica attività, “il desiderio di tradurre”. Dall’archivio di Reset (numero 57).
Fede e ragione in dialogo a New York
Il Pen, fondato nel 1922, riunisce circa 3000 scrittori, editori e traduttori di rilievo, promuove la comprensione tra i popoli ed è stato diretto negli ultimi due anni dal romanziere indiano Salman Rushdie (sta per passare il testimone a Ron Chernow).






