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Kosovo, una storia europea

Daniele Castellani Perelli

In Kosovo. La storia, la guerra, il futuro (pp. 330, 22 euro, Castelvecchi, 2008), Matteo Tacconi affronta una vicenda che ha rappresentato e rappresenta molto di più dell’autodeterminazione di un piccolo popolo che non poteva più convivere all’interno dello stato serbo, molto di più del conflitto tra il popolo albanese e quello serbo. E’ un precedente per i giochi di potere mondiali (di cui abbiamo visto le conseguenze, in agosto, con il caso georgiano). E’ stato un test per l’Onu, ma soprattutto un test per l’Europa. E nonostante troppo spesso l’Ue sia stata passiva nella questione kosovara, proprio la prospettiva europea potrebbe essere, alla fine, la salvezza dei Balcani.


Ora sappiamo la risposta. Dopo le vicende di agosto, dopo che la Russia ha invaso la Georgia per difendere i diritti (?) dell’Ossezia del Nord e il mondo è sembrato ripiombare ai tempi della guerra fredda, ora sappiamo la risposta all’interrogativo con cui Matteo Tacconi apre il suo libro. Il Kosovo è un caso unico?. No, il Kosovo non è un caso unico. O meglio, che più importa: così non è stato percepito da molti attori internazionali, come la Russia, che hanno già cominciato a far pesare politicamente a Stati Uniti e Ue il riconoscimento ufficiale dello stato kosovaro. Nel suo primo libro (ma si sa già che non sarà l’ultimo), Matteo Tacconi racconta la storia, le paure e le sfide di quello che, alle quindici e trenta di domenica 17 febbraio 2008, è diventato “il settimo Stato sorto sulle ceneri della ex-Jugoslavia, la centonovantatreesima nazione al mondo”.

In Kosovo. La storia, la guerra, il futuro (pp. 330, 22 euro, Castelvecchi, 2008), Tacconi affronta una vicenda che ha rappresentato e rappresenta molto di più dell’autodeterminazione di un piccolo popolo che non poteva più convivere all’interno dello stato serbo, molto di più del conflitto tra il popolo albanese e quello serbo. E’ un precedente per i giochi di potere mondiali (di cui abbiamo appunto visto il caso georgiano, con la Russia pronta a sfruttare l’errore del governo di Tbilisi, che ha attaccato la piccola repubblica secessionista dell’Ossezia del Nord, per spingere ancora di più gli osseti nell’orbita di Mosca, con la prospettiva addirittura di un’annessione; a questo proposito, Tacconi finisce per essere profetico quando scrive che per la Russia l’indipendenza del Kosovo è stata “una benedizione”: nettamente contraria alla “punizione” del suo alleato serbo, subendo l’indipendenza kosovara si è guadagnata quel “bonus” che si è giocata ad agosto nella questione georgiana).

Il Kosovo è stato inoltre “il battesimo dell’interventismo umanitario con l’offensiva aerea della Nato, nel 1999, contro la terza Jugoslavia, quella con il marchio delirante di Milosević”. E’ stato un test per l’Onu, che secondo Tacconi – giornalista che collabora con diverse testate, tra cui Europa, Limes, Diario e Resetdoc – “ha fallito su tutti i fronti”. E’ stata l’occasione per la messa in pratica (e, anche qui, il fallimento) di un movimento non-violento, quello di Ibrahim Rugova. E poi ancora tanto altro: un confronto interreligioso, un luogo di conflitto con il narcotraffico, un test per capire quanto conta oggi la memoria storica. Ma, soprattutto, il caso del Kosovo è stata la cartina di tornasole della politica estera dell’Ue. Tanto divisa e incapace di mettere ordine a casa propria da dover ricorrere all’aiuto degli Stati Uniti sia per fermare militarmente la pulizia etnica anti-albanese condotta dal regime di Milosević, sia per imporre una soluzione politica nel dopoguerra (quell’indipendenza che è arrivata con un processo il cui ritmo sembra essere stato dettato più da Washington che da Bruxelles).

Tacconi racconta senza alcun narcisismo, e con una neutralità che sfida il politicamente corretto (per l’opinione pubblica internazionale i cattivi, finora, sono stati soprattutto i serbi). L’autore bacchetta “il vittimismo dei serbi”, ricorda i massacri compiuti dalla polizia di Milosević nei confronti di civili innocenti (e commenta amaro la lezione: “Colpirli tutti per educarne nessuno”) e cita cosa pensava dei kosovari Mira Marković, la moglie di Milosević (“Primitivi seduti intorno a un fuoco a parlare dei loro miti”). Ma non si fa sfuggire neanche le atrocità dei guerriglieri kosovari dell’Uçk, che giustiziarono persino dei “compatrioti” moderati della Lega democratica. Ammette che i bombardamenti della Nato “colpirono obiettivi il cui valore militare era ininfluente”, e che dopo la guerra gli albanesi si abbandonarono ad una “contropulizia etnica, debolmente arginata dalla Nato”. Tacconi è inoltre intellettualmente onesto quando ammette che difficilmente “senza l’irruzione sulla scena dell’Uçk e della lotta armata, il Kosovo avrebbe trovato uno spazio nell’agenda dei potenti del mondo”.

Ha viaggiato nei Balcani per lo più da freelance (ovvero senza la copertura economica e senza le entrature che possono garantire i contatti di un grande quotidiano), e ha saputo raccontare aneddoti e dettagli che danno il senso di quello che è il Kosovo: le sigarette si chiamano Jfk (acronimo di Just for Kosovo, ma anche dell’ex presidente americano John Fitzgerald Kennedy), a Priština c’è Bill Clinton Boulevard e una via è stata dedicata al generale Wesley Clark, il 5,3% lavora negli autolavaggi (la Mercedes bella lucida è uno status symbol di quei pochi che se la possono permettere, e anche di quelli che non possono). Il quadro attuale è impietoso. Questo paese che i suoi cittadini chiamano “Kosova”, al femminile, ma che per il resto del mondo è “Kosovo”, vive oggi una situazione drammatica: “Le istituzioni sono deboli, l’economia ristagnante, la corruzione endemica”. E’ un paradiso per i narcotrafficanti, visto che vi transita “l’80% dell’eroina destinata al mercato europeo”, e è un inferno per chi vuole lavorare (il tasso di disoccupazione è al 50%). I Balcani non sono “troppo lontani, ma neanche troppo vicini all’Europa, equidistanti dal passato e dal futuro”, ma una certezza c’è: indietro non si torna. E anche la Serbia, prima o poi, dovrà scegliere tra l’Europa e il Kosovo.

23 Oct 2008

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