alt

Il ministro, la Federazione e il rischio della “Casta dell’Islam moderato”

Khalid Chaouki

Cosa ne sarà della Consulta islamica? Il nuovo ministro degli Interni Roberto Maroni deve ancora pronunciarsi ufficialmente, ma intanto la neonata Federazione dell’Islam italiano taglia fuori l’Ucoii e altre componenti della vecchia Consulta. La via dell’Islam istituzionale, cooptato direttamente dagli apparati dello Stato, non fa altro in verità che fornire ottimi alibi agli esclusi, che anche nel caso italiano sono stati immediatamente etichettati come “estremisti” o “radicali”. Tra i fondatori della Federazione ci sono personalità serie, ma il rischio è che i musulmani la percepiscano sempre più come una “Casta dell’Islam moderato”: lontana da loro, attenta solo a rassicurare il pubblico non musulmano, senza tuttavia avere la forza e il coraggio di affrontare un dialogo vero con il milione e mezzo di musulmani italiani.


Ora che il nuovo governo si è insediato, i leader delle maggiori organizzazioni islamiche sono ansiosi di conoscere quale sarà la prima mossa del ministro degli Interni Roberto Maroni rispetto al complicato tema del rapporto tra Stato e minoranza musulmana. E mentre nella vicina Francia, in vista delle vicine elezioni per rinnovare il Consiglio francese del culto musulmano, sono in corso durissimi regolamenti di conti tra le diverse organizzazioni islamiche sui parametri che regolano il peso elettorale di ciascuna moschea, qui da noi si respira un’aria di apparente tranquillità.

Per ora l’unica cosa che pare certa è l’esclusione dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia) da qualsiasi tavolo di dialogo. Il neo titolare del Viminale ha infatti dichiarato, in una delle sue primissime uscite pubbliche il 12 maggio scorso, riferendosi all’Ucoii: “Non possiamo dialogare con chi non condivide i nostri principi”. E sull’eventuale mantenimento delle Consulta dell’Islam italiano, figlia del precedente governo Berlusconi, e mantenuta dal successore Giuliano Amato, ha tagliato corto: “Se sarà utile la manterremo, altrimenti …”. Nel frattempo, il 23 aprile scorso, è stata presentata la “Carta d’intenti” della costituenda Federazione dell’Islam italiano, annunciata in pompa magna dallo stesso ministro uscente Amato e dal suo attivissimo consigliere per le questioni islamiche Carlo Cardia, che vede tra i suoi fondatori il direttore del Centro culturale islamico d’Italia (Moschea di Roma) Abdellah Redouane, la neo deputata Pdl Souad Sbai, il segretario della Coreis (Comunità religiosa islamica) Yahya Pallavicini e l’ex ambasciatore Mario Scialoja.

Un progetto molto ambizioso, partorito in fretta e con il difetto di mancare di trasparenza e chiarezza fin dalle prime fasi della sua concezione. Un passo falso, già replicato in altri paesi europei come la Spagna e il Belgio, che invece avrebbe potuto dare una marcia in più all’ormai interminabile dibattito sul’intesa con i musulmani. Il sistema funziona in questo modo: lo Stato, stufo dei continui litigi tra i gruppi musulmani, decide di prendere una scorciatoia nel dialogo col complicato e frantumato mondo dell’Islam, convoca a sé un gruppo ristretto di musulmani e decide che quelli sono il suo unico interlocutore, infischiandosene della loro reale rappresentatività, del loro rapporto con il territorio e della loro reale autonomia dai paesi stranieri. Una soluzione apparentemente efficace, ma che ha creato enormi problemi a pochi anni di distanza in tutti i paesi che l’hanno adottata. La via dell’Islam istituzionale, cooptato direttamente dagli apparati dello Stato, non fa altro in verità che fornire ottimi alibi agli esclusi, che anche nel caso italiano sono stati immediatamente etichettati come “estremisti” o “radicali”, per rafforzare ancor di più la loro presa sulle comunità islamiche a livello locale e regionale e beneficiare di un’immagine di credibilità agli occhi anche dei cittadini non musulmani.

In un certo senso, quella che potremmo anche chiamare con un termine che va di moda la “Casta dell’Islam moderato” viene percepita dai musulmani, non solo quelli più politicizzati, come lontana da loro, assente nel difendere i loro diritti e attenta solo a conservare i suoi interessi e il suo potere. Ovviamente si tratta di una percezione ed è fuor di dubbio che tra i fondatori della costituenda Federazione vi siano personalità interessate seriamente a “normalizzare” la presenza dei musulmani, ma il rischio è quello di creare strutture e firmare carte e documenti mirati solo a rassicurare il pubblico non musulmano, senza tuttavia avere la forza e il coraggio di affrontare un dialogo pacato con il milione e mezzo di musulmani italiani. In attesa delle decisioni del nuovo ministro Maroni, sarebbe opportuno che i musulmani iniziassero a parlarsi serenamente. Questa volta, però, lontano dai palazzi.

Khalid Chaouki, giornalista ed ex presidente dei Giovani musulmani italiani, è membro della Consulta per l’Islam italiano

27 May 2008

Manda le tue opinioni. Scrivi a doc@resetdoc.org